SEGRETI DI STATO (LR Network)
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Le verità degli archivi

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chispiavaiterroristiCon un’intervista ad Antonio Selvatici, autore della nuova edizione ampliata di “Chi spiava i terroristi”
In due articoli pubblicati su «il Giornale» il 18 e 19 ottobre 2009, Antonio Selvatici ha raccontato di un corposo fascicolo (135 pagine) da lui scoperto negli archivi dell’StB (il servizio segreto cecoslovacco) a Praga e dedicato ad un “informatore” dei servizi cecoslovacchi, nome in codice “Donat”, ovvero un giovane promettente giornalista, al secolo Corrado Augias. I fatti, 35 incontri con l’emissario Jaros, risalivano al periodo 1963-1967.

Le ricerche da cui era scaturita la storia di Augias, ricerche che Selvatici conduceva da anni negli archivi dell’Europa orientale (Berlino, Praga, Budapest), avevano già portato alla pubblicazione di un libro di 149 pagine per i tipi dell’editore bolognese Pendragon, uscito nel giugno 2009, intitolato “Chi spiava i terroristi. KGB, Stasi – BR, RAF. I documenti negli archivi dei servizi segreti dell’Europa ‘comunista’”.

Il libro, pur non avendo avuto particolare risalto sui media ed essendo stampato da un editore di piccole dimensioni, ha ottenuto tuttavia un ottimo successo di pubblico, andando esaurito in pochi mesi.

Solo alcune testate gli hanno dedicato brevi recensioni, nonostante dalla ricerca di Selvatici fossero emersi documenti particolarmente delicati e di sicuro interesse non solo storico.

È uscito un libro in questi giorni, un volumetto fantastico, pieno di scoperte documentali. Non ne parla nessuno» (Renato Farina, Che dice Di Pietro sulle Br finanziate dall’Est?, «Libero», 19 luglio 2009).
«[…] le connessioni internazionali del terrorismo “non sono mai state provate”. In realtà non sono mai state cercate. […] Chi dubita si legga l’ultimo lavoro di un solitario ricercatore, Antonio Selvatici, armato solo di email, lettere e buona conoscenza delle lingue» (Piero Laporta, Quel tritolo venuto dall’Est, «Italia Oggi», 26 agosto 2009).

“Quando la Stasi gestiva un’azienda insieme con il Pci” (Stefano Giani, «il Giornale», 8 settembre 2009).

È bene citare anche un articolo-intervista di Antonio Carioti con Fernando Orlandi, animatore del Centro studi sulla storia dell’Europa orientale (CSSEO) di Levico Terme (Trento) e autore del saggio “A Praga! A Praga!”, incluso nel volume “Le vene aperte del delitto Moro”, a cura di Salvatore Sechi (Mauro Pagliai Editore, Firenze, maggio 2009, pp. 121-160). Orlandicita il volume di Selvatici, anche se l’opinione di Orlandi non è allineata con quella del ricercatore bolognese: «Ciò non esclude che i brigatisti avessero legami internazionali – ne parla per esempio Antonio Selvatici nel libro “Chi spiava i terroristi” – ma indica che quella di Praga molto probabilmente non è la pista giusta» (Brigate rosse, il vicolo cieco della pista di Praga, «Corriere della Sera», 20 settembre 2009).

Tutto qua. A parte tre lanci dell’agenzia ADN-Kronos e una bella recensione di Radio-Rai, curata da Carlo Bravetti, null’altro è apparso sulla grande stampa.

Viene spontaneo a questo punto domandarsi che accoglienza potrà avere la seconda edizione ampliata (ben 223 pagine, una settantina in più rispetto alla prima edizione, messa in vendita a 15,00 €) del libro di Selvatici, datata aprile 2010 e in distribuzione dal 5 maggio. Mentre scriviamo queste note il volume viene distribuito alle librerie. Noi però abbiamo avuto l’opportunità di leggerlo in anteprima. Teoricamente dovrebbe provocare un terremoto. Infatti la storia di Augias, che non compariva nella prima edizione, è solo uno dei numerosi ed importanti scoop che arricchiscono questa nuova versione. Selvatici infatti ha trovato documenti che testimoniano la presenza di una probabile base logistica di Carlos a Bettola in provincia di Piacenza ed ha scovato numerosi altri fascicoli dell’StB relativi a insospettabili “informatori”. Tra tutti emergono i nomi di politici di rilievo come Enrico Manca e Vincenzo Balzamo (si vedano i box).

Staremo a vedere se i giornali ne parleranno e quali saranno le reazioni.

Noi di «LiberoReporter» ne parliamo di sicuro e abbiamo pensato di farlo attraverso una chiacchierata con l’autore.

Selvatici qual è stata l’origine dei suoi interessi sui collegamenti internazionali del terrorismo italiano, in particolare nei riguardi dell’Europa orientale (ex comunista)?

L’apertura degli archivi degli ex Paesi comunisti offre a tutti una grande opportunità. Molti dei segreti dell’Ovest sono oggi custoditi negli archivi dell’Est. Non si poteva non cogliere questa straordinaria opportunità.

Subito nell’apertura del primo capitolo di questa nuova edizione di “Chi spiava i terroristi” lei evidenzia la sostanziale e netta differenza che corre tra “verità giudiziale” e quella che potremmo definire “verità archivistica”. La prima, raggiunta quando va bene dopo decine di anni e di processi, non sempre si accompagna alla verità dei fatti. Vicende tragiche della nostra storia repubblicana sono lì a dimostrare che anche quando eventualmente sono state emesse sentenze definitive, individuati colpevoli, comminate pene, restano tantissime le zone oscure e le ombre irrisolte. Lei sostiene che ai silenzi, alle omissioni di tanti protagonisti degli anni bui, possono rispondere gli archivi, ovviamente se interrogati.

È uno scontro impari quello tra “verità giudiziale” e “verità archivistica”. È naturale che la prima prevalga sulla seconda: per decenni una miriade di studiosi, o presunti tali, ha attinto documenti da quella fonte. Si è così formata la convinzione che i fatti si siano svolti così. Invece dagli archivi emerge una versione diversa: i terroristi italiani avevano buoni e frequenti rapporti con quelli di altri Paesi. Anche con quelli dell’Est.

 

Lei è stato un giornalista professionista, ma ora da anni è imprenditore con tutto quello che oggi ciò comporta. Ovviamente questo suo impegno nasce dalla passione e dalle indiscutibili doti di ricercatore che lei ha, ma s’immagina la fatica, le ore rubate al tempo libero, alla famiglia e al lavoro. Come si spiega che un semplice cittadino, come lei ora è, si dedichi con successo a questa attività, mentre gli “addetti ai lavori” i cosiddetti “giornalisti d’inchiesta”, che per mestiere e per dovere professionale dovrebbero indagare e informare i cittadini su questioni ancora così attuali non facciano altrettanto? Gli archivi di mezza Europa che lei ha setacciato e sta setacciando tuttora, sono aperti da anni e chiunque abbia voglia di cavarsi gli occhi su documenti sbiaditi può farlo liberamente. Mi pare che sarebbe d’obbligo un interesse non solo storico ma anche politico e giudiziario visto che si sta parlando di anni e di vicende non troppo lontane e ancora vive. Perché secondo lei, alla caduta del muro di Berlino (1989) e all’apertura, magari parziale, di certi archivi nessuno o solo pochi si sono precipitati a consultarli?

Non sono mai stato un giornalista professionista, nel senso che sono pubblicista. Il giornalismo d’inchiesta è scomodo, costoso e attira querele. Certamente è più comodo e meno rischioso stare in redazione a fare il copia/incolla con le agenzie. Ma quanti giornalisti italiani sanno che all’Est vi sono archivi consultabili?

 

In particolare su quali archivi ha svolto la sua ricerca? Quali sono i motivi che l’hanno spinta a questa scelta? Che difficoltà di accesso e di consultabilità ha incontrato? Quali ulteriori potenzialità possono riservare questi archivi per nuove indagini?

Mi sono concentrato sugli archivi dei servizi segreti di Berlino (Stasi) e Praga (Stb). Ho ottenuto nulla osta anche per quelli della Cia, ma dagli Stati Uniti sono riuscito ad ottenere documenti poco interessanti. Ho in sospeso autorizzazioni per consultare altri archivi. La documentazione raccolta dai servizi segreti di mezzo mondo riguardante l’Italia è sterminata. Ci vorranno anni per studiarla. Moltissima non è ancora disponibile, altra è stata distrutta.

 

Le sue ricerche, iniziate quattro anni fa, continuano ed è per questa ragione che è stata necessaria questa edizione ampliata. Quali sono le novità più salienti di questa nuova versione?

La seconda edizione è più “matura” della prima. Contiene un inserto fotografico, il numero delle pagine è quasi raddoppiato. Ma la tesi di fondo è la medesima: la menzogna. Nel senso che, come già detto, la verità che emerge dagli archivi non corrisponde con quella giudiziale. Allora o le carte degli archivi sono fasulle, ma qualcuno deve dimostrare la fragilità delle fonti archivistiche, oppure il fenomeno del terrorismo ha coinvolto anche gli ex Paesi comunisti. Le Brigate Rosse non sono state un fenomeno solamente “made in Italy” come si crede (e com’è comodo far credere). I collegamenti internazionali ci sono stati, intensi e documentati.

 

Sicuramente uno dei capitoli più interessanti è quello che riguarda Ilich Ramirez Sanchez, ovvero Carlos, il terrorista venezuelano che col suo gruppo ORI (Organizzazione dei rivoluzionari internazionali), noto anche come Separat, insanguinò l’Europa negli anni ‘70 e ‘80, spesso al soldo del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di George Habbash e Wadi Haddad. Lei ha trovato foto inedite di Carlos a Berlino. Può raccontarci com’è andata?

Per ottenere quelle foto dall’archivio di Berlino ho impiegato diciotto mesi. Se non sbaglio (il condizionale è d’obbligo) quelle trovate sono le uniche foto di Carlos precedenti il suo arresto (avvenuto nel 1994 in Sudan). Gli scatti sono significativi in quanto dimostrano come Carlos, insieme ad alcuni membri del suo gruppo, potessero scorazzare liberamente per Berlino Est. Identificati come gruppo terroristico, sono stati solamente seguiti dagli agenti della Stasi: osservati, ma non ostacolati. Ciò dimostra la palese complicità dei Paesi dell’Est con il gruppo Carlos.

 

Lei sa che alla Procura di Bologna è aperto dal novembre 2005 un fascicolo contro ignoti sulla strage di Bologna. Il Pm Enrico Cieri che sta seguendo l’indagine, nell’aprile dello scorso anno ha interrogato proprio Carlos ora in carcere in Francia. Infatti un “suo uomo”, Thomas Kram, un tedesco delle Cellule Rivoluzionarie (RZ), tra il 1° e il 2 agosto 1980 pernottò in un hotel del centro di Bologna. Pensa che ci siano altri “faldoni” e se sì dove che riguardano Carlos? Sono o saranno consultabili?

Ho già consegnato personalmente una copia del libro al pm Enrico Cieri. Probabilmente la documentazione più interessante riguardante il gruppo Carlos si trova su uno scaffale dell’archivio di Budapest. Ma i faldoni sono stati secretati.

 

Credo che uno dei capitoli che non potrà, a meno che non prevalga un’immane opera di silenziamento, non accendere un dibattito serrato e scatenare sicuramente molte polemiche è il decimo, quello che lei ha intitolato “Spie e informatori dei cecoslovacchi. Giornalisti, politici e funzionari pubblici al servizio del ‘nemico’”. Lei ha scovato una serie cospicua di dossier relativi a personaggi che hanno rivestito ruoli significativi nella vita politica italiana degli anni ’70 e ’80.

Certamente è stato emozionate avere scoperto la rete degli informatori dei cecoslovacchi a Roma. Bisogna contestualizzare il periodo: eravamo in piena Guerra Fredda; incontrasi in luoghi non istituzionali con funzionari di Paesi d’Oltrecortina non era cosa abituale. Se poi passavano di mano documenti e relazioni, ecco che gli incontri celavano dell’altro.

 

Riguardo ad Augias: è stata vagliata l’ipotesi (assai remota) che “Donat” potesse essere un “contatto” della nostra “intelligence” per “sondare” l’StB (il servizio segreto cecoslovacco)?

I documenti che ho studiato dimostrano un interessamento nei riguardi di Corrado Augias come mezzo per arrivare al suocero: il generale Nino Pasti (si veda il box).

 

Dal suo libro emerge una “tesi” particolarmente in controtendenza rispetto ad almeno una parte della storiografia italiana (penso a Vladimiro Satta o a Fernando Orlandi), ossia che vi erano dei legami internazionali del terrorismo nostrano con altre formazioni e con le intelligence dei paesi sotto tutela sovietica. Può dirci qualcosa di più?

La mia tesi è in controtendenza perché si basa su fonti documentali differenti. Ora, o sono un pazzo mitomane che s’inventa tutto facendo finta di frequentare gli archivi, oppure bisogna incominciare a confrontarsi seriamente senza usare l’ideologia come paravento. Sono gli archivi che parlano. E con loro dobbiamo fare i conti.

Terminata l’intervista, abbiamo pensato di interpellare Corrado Augias chiedendogli un parere su quanto Antonio Selvatici aveva scoperto sul suo conto. Questa la sua risposta:

«Gentile Paradisi non ho letto il libro ma ho letto a suo tempo gli articoli – non ho nulla da aggiungere a quanto ho scritto nei miei interventi su “Repubblica”  soprattutto perché a parte ciò che ho scritto non c’è nulla – il resto è il tentativo di restare a Roma da parte di un funzionario – grazie e buon lavoro – c.a.».

 

Vincenzo BalzamoVincenzo Balzamo (1929 – 1992) deputato del Psi dal 1972 fino al 1992. È stato ministro per il Coordinamento delle Iniziative per la Ricerca Scientifica e Tecnologica durante il governo Cossiga II (4 aprile 1980 – 18 ottobre 1980) e ministro dei trasporti e dei lavori pubblici nel I e nel II governo Spadolini (28 giugno 1981 – 1° dicembre 1982). È stato membro di varie commissioni tra cui la Commissione Interni (17 gennaio 1975 – 4 luglio 1976, VI legislatura, poi dal 5 luglio 1976 al 19 giugno 1979, VII legislatura, e ancora dall’11 luglio 1979 al 15 luglio 1981, VIII legislatura).
È stato anche membro della Commissione Difesa (15 luglio 1981 – 1° dicembre 1982, VIII legislatura, e dal 6 febbraio 1985 al 9 luglio 1985, IX legislatura).
Nel 1985 divenne segretario amministrativo del Psi. Travolto da Tangentopoli morì d’infarto (ufficialmente) il 2 novembre 1992, poche settimane dopo aver ricevuto un avviso di garanzia.
Enrico MancaEnrico Manca (1931) deputato del Psi dal 1972 al 1994. È stato ministro del Commercio con l’estero nel governo Cossiga II (4 aprile 1980 – 18 ottobre 1980) e nel governo Forlani (18 ottobre 1980 – 28 giugno 1981). È stato anche componente di varie commissioni tra cui la Commissione Interni, ininterrottamente dal 17 gennaio 1975 al 19 giugno 1979 (fino al 4 luglio 1976 nella VI legislatura, successivamente nella VII) e membro della Commissione Esteri, dall’11 luglio 1979 al 15 luglio 1981 durante l’VIII legislatura.
Nino Pasti - © senato.itNino Pasti (1909-1992) generale di aviazione. È stato sottocapo di Stato Maggiore dell’Aereonautica militare, presidente del Consiglio Superiore delle Forze Armate e vicecomandante supremo NATO in Europa per gli affari nucleari. Eletto come indipendente di sinistra al Senato nel 1976, entrò in rotta di collisione con i dirigenti del PCI relativamente al giudizio equidistante o positivo che questi davano della NATO. Ha svolto anche un’intensa attività pubblicistica, con le iniziative del gruppo dei «Generali per la Pace e il Disarmo» e con l’attività del Movimento per la Pace e il Socialismo, da lui fondato nel 1985. Il suo nome compare nella scheda 182 del Rapporto Impedian (“dossier Mitrokhin”) intitolata “Misure attive del KGB in Italia: 1977”: «La residentura del KGB ha utilizzato il generale in pensione Nino Pasti e lo scrittore Carlo [C]assola per misure attive tese a discreditare i piani degli USA di produrre un’arma a neutroni» (“Dossier KGB, rapporto Mitrokhin. Tutti i documenti dello spionaggio in Italia”, a cura di A. Ruggiero, sapere 2000 edizioni multimediali, Roma 1999).



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