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Omicidio Verbano: ecco il Dna del killer Il pm, test sui due sospettati

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Trentuno anni dopo quegli occhiali da sole lasciati in via Monte Bianco 114 avranno anche un volto, quello di uno dei tre del commando che il 22 febbraio del 1980 uccise il militante di sinistra

Una nuova, clamorosa svolta nelle indagini sull’assassinio di Valerio Verbano, il giovane militante di sinistra ucciso nel 1980. Gli ultimi esami sugli occhiali da sole smarriti da uno dei killer in casa del ragazzo, hanno consentito di isolare tracce organiche, probabilmente sudore. La procura ha, quindi, ordinato una comparazione tra il materiale ritrovato con il Dna dei sospettati dell’omicidio.

Trentuno anni dopo quegli occhiali da sole lasciati in via Monte Bianco 114 avranno anche un volto, quello di uno dei tre del commando che il 22 febbraio del 1980 uccise Valerio Verbano. Perché a otto mesi dalla riapertura del caso, tra testimonianze, un nuovo dossier e i riconoscimenti fotografici, la svolta viene ancora una volta dai carabinieri del Ris. Grazie ai progressi della scienza forense è stato possibile isolare un profilo di Dna dalle stanghette e dal nasello degli occhiali ritrovati in casa Verbano: appartiene ad un uomo e adesso sarà incrociato con il codice genetico dei sospettati.

Il pubblico ministero Erminio Amelio, titolare del fascicolo, si gioca una carta importante per arrivare ai colpevoli. La prima prova certa arriva dopo trentuno anni con le tecniche investigative più sofisticate che permettono di fare quello che in passato era impossibile.

E così, proprio in questi giorni, dopo mesi di affannate ricerche è arrivato il risultato sperato. Gli esperti della scientifica hanno analizzato i reperti lasciati dal commando prima della fuga: il bottone e il silenziatore artigianale della 7.65 ritrovatasulla scena del crimine (il passamontagna e il cappello vennero distrutti su disposizione del giudice istruttore nel 1989), ma l’esito è stato negativo. Le tracce organiche, quasi certamente di sudore, sono in quegli occhiali da sole scuri indossati da uno dei giovani del gruppo di fuoco.

Erano le 12,44 quando i tre entrarono nell’appartamento di Valerio, dopo aver detto a Carla e Sardo di essere amici del figlio. Uno di loro era più avanti degli altri, indossò rapidamente il passamontagna, ma Carla per un attimo lo vide in volto. Quando Valerio tornò dal liceo Archimede venne subito assalito dai tre; provò a fuggire dalla finestra ma venne fermato da un colpo di pistola alla schiena. La prima rivendicazione arrivò alle 20, da parte del Gruppo Proletario Organizzato Armato, la seconda alle 21 firmata Nar e molto più credibile perché forniva elementi che erano conosciuti solo agli esecutori del delitto. Ma adesso, l’ipotesi degli inquirenti, anche alla luce delle ultime testimonianze è che l’ultima rivendicazione fosse un tentativo di depistaggio. Perché gli assassini di Valerio Verbano non erano inseriti in un organizzazione militare e politica riconoscibile.

La nuova indagine della procura di Roma ha puntato i riflettori su un paio di indiziati: due uomini sulla cinquantina, uno si trova in Brasile da tempo, l’altro è un professionista dal profilo insospettabile che vive a Milano. Entrambi militanti della destra romana, di quella destra che seguiva la logica del “colpo su colpo” che ha caratterizzato la contrapposizione giovanile di quegli anni di piombo. E che ha portato all’uccisione del diciannovenne militante della sinistra extraparlamentare.
Adesso al procuratore aggiunto Pietro Saviotti e al pm Erminio Amelio non resta che comparare il profilo di Dna isolato dagli occhiali con quello dei due indiziati. E se dovesse coincidere, dopo tanti anni, il cerchio si chiude.

Fonte per SegretiDiStato.eu: Repubblica.it (di MARTINA DI BERARDINO)




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