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Il giornale tematico del gruppo Liberoreporter sul periodo più buio della Repubblica italiana

Il coinvolgimento libico nella strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973

fiumicino_1973_x_cia (1)Il 17 dicembre 1973 si consumò, all’aeroporto di Roma Fiumicino, la più grave strage terroristica dal dopoguerra in Europa. Un commando palestinese, formato ufficialmente da cinque uomini, uccise complessivamente 32 persone – sei delle vittime erano italiane – riuscendo poi a fuggire in Kuwait dove i terroristi si consegnarono alle autorità. L’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina), che aveva condannato formalmente l’attentato, dopo una serie di imperscrutabili trattative, prese in consegna i cinque che vennero incarcerati al Cairo. Il 22 novembre 1974 quattro arabi che affermavano di far parte della «Squadra del martire Abu Mahmoud», nome di battaglia di Ahmed al-Ghaffour di cui parleremo in seguito, sequestra un VC-10 della British Airways decollato da Dubai. Dopo un rifornimento a Tripoli, l’aereo riparte per Tunisi. In un comunicato diramato a Beirut, i terroristi chiedono la liberazione di 13 loro compagni detenuti in diversi Paesi, tra di essi anche i cinque di Fiumicino. Le autorità italiane si affrettano a precisare che «nelle carceri cittadine nessun palestinese è detenuto per azioni terroristiche».


Dopo l’uccisione di un passeggero, un cittadino tedesco, l’Olanda libera due palestinesi (Ahmed Noury e Hussein Tanimah), mentre l’Egitto libera i cinque di Fiumicino. Fondamentale nell’occasione il ruolo di Abu Ayad (Salah Khalaf), numero due dell’Olp. I sette fedayn liberati vengono condotti a Tunisi e imbarcati sul VC-10 ove sono rimasti in ostaggio solo il comandante, il secondo pilota e il marconista. Dopo una lunga trattativa, il 25 novembre, gli undici guerriglieri si consegnano alle autorità tunisine. Il 7 dicembre, dopo una serie di incontri con Salah Khalaf tutti i terroristi si «mettono volontariamente a disposizione dell’Olp» e vengono condotti in una località segreta.

L’inchiesta di Pietro Zullino

Nelle settimane immediatamente successive la strage, Pietro Zullino – giornalista di Epoca – si prese a cuore quella tragica vicenda e sviluppò un’inchiesta molto coraggiosa. Raccolse infatti le denunce dell’allora capitano Corrado Narciso, in forze al Secondo reparto Sios dell’Aeronautica militare italiana, fratello dell’ingegner Raffaele Narciso perito nella strage.

Sui numeri di Epoca del 30 dicembre 1973 e del 13 e 20 gennaio 1974 [1], venivano di fatto contraddette le dichiarazioni governative rilasciate alla Camera dal ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani il 18 dicembre 1973 [2], evidenziando le carenze dei sistemi di sicurezza di Fiumicino, nonostante fossero giunti ripetuti allarmi preventivi di possibili attentati di matrice araba. Veniva poi introdotta l’eventualità di un possibile coinvolgimento libico in un intreccio di questioni petrolifere tra il nostro governo, l’Eni, la Fiat, il “suo” quotidiano La Stampa, l’Arabia Saudita e appunto la Libia di Gheddafi.

Anche The Times di Londra aveva rivelato che il gruppo terroristico palestinese che aveva agito a Fiumicino, era stato finanziato con 370 milioni di lire da Gheddafi [3]. A questa dichiarazione molto precisa del quotidiano inglese, era stato chiamato a rispondere direttamente il ministro degli Affari Esteri italiano Aldo Moro, il quale, senza dare ulteriori spiegazioni, aveva affermato che quelle rivelazioni del Times erano “inesatte[4]. Le parole precise di Moro si possono leggere nel Fondo Aldo Moro dell’Archivio storico del Senato, dove sono conservate e consultabili tre stesure (di cui una manoscritta) più il testo per l’Ansa. Questo il brano scritto a mano da Moro medesimo:

«Abbiamo dato atto della ferma smentita opposta dal Presidente Gheddafi a notizie di stampa che lo avrebbero voluto coinvolto nella strage esecrabile di Fiumicino. Smentita del resto collimante con il giudizio che si aveva noi dato, a ragion veduta, delle piuttosto artefatte notizie del Times in una vicenda giornalistica, per il suo contenuto ed il tempo del suo manifestarsi, piuttosto oscura. È importante, dunque, non far prevalere dubbi, risentimenti, reazioni emotive, i quali potrebbero fermarci nella comune strada che abbiamo cominciato a battere» [5].

Le stesure successive della nota di Moro sono caratterizzate da piccoli ritocchi che tendono comunque a smorzare i toni polemici, fino a giungere al testo definitivo:

«Abbiamo dato atto della ferma smentita opposta dal Presidente Gheddafi a notizie di stampa che lo avrebbero voluto coinvolto nella esecrabile strage di Fiumicino. Smentita del resto collimante con il giudizio che avevamo dato, a ragion veduta, delle notizie del Times in una vicenda giornalistica, per il suo contenuto ed il tempo del suo manifestarsi, piuttosto difficile da definire. È importante, dunque, non far prevalere dubbi, reazioni emotive, i quali potrebbero fermarci nella strada che abbiamo cominciato a battere» [6].

In questi tormentati passaggi, in cui Moro limava anche ogni singola parola, emerge tutta la complessità, la raffinatezza e la grandezza dell’uomo.

Nei giorni delicati di quel gelido inverno (si era in piena crisi energetica e il 1º dicembre 1973 erano entrate in vigore le misure dell’austerity), Gheddafi era particolarmente irritato con l’Italia per via delle trattative segrete che l’Eni stava svolgendo con l’Arabia Saudita di re Feisal per l’acquisizione di una partita di 10 milioni di tonnellate di petrolio.

Gheddafi aveva cercato di fare pressioni sulla Fiat nella speranza che la maggiore industria italiana chiedesse al governo (e quindi all’Eni) di sospendere gli acquisti in Arabia Saudita. Gheddafi aveva poi ufficialmente minacciato sanzioni economiche nei confronti dell’azienda torinese.

Il pretesto era stato un elzeviro di Carlo Fruttero e Franco Lucentini pubblicato sul quotidiano della famiglia Agnelli [7]. Il “fantaromanzo” era una feroce satira sul colonnello libico e aveva spinto quest’ultimo a chiedere perentoriamente il licenziamento del direttore della Stampa, l’“ebreo” Arrigo Levi.

Anche in questo caso, ricordava Zullino sulla rubrica “Corrierino di Roma” nel numero di Epoca del 13 gennaio 1974, la reazione del governo italiano non era andata «al di là di un mesto “rammarico”». Zullino terminava il suo pezzo con queste eloquenti parole: «Il nostro ministro degli esteri Moro non è potuto intervenire in tempo per placare i bollori del suo amico Gheddafi: pare che di quei dieci milioni di tonnellate non sapesse proprio nulla» [8].

Il ruolo di Ahmed al-Ghaffour(Abu Mahmoud)e della Libia secondo Stefano Giovannone

Ci sono altri elementi e considerazioni a sostegno di una responsabilità della Libia nell’attentato di Fiumicino. A tal riguardo val la pena riportare ampi stralci di deposizioni davanti al giudice istruttore Rosario Priore del colonnello Stefano Giovannone, capocentro a Beirut del Sid (poi Sismi), uomo di Aldo Moro e garante del patto tra governo italiano e organizzazioni palestinesi, il cosiddetto «lodo Moro» che risparmiò all’Italia per tutti gli anni ’70 attentati terroristici palestinesi, in cambio il nostro territorio fu utilizzato liberamente dalla “resistenza” palestinese per il trasporto di armi e guerriglieri. Il 19 luglio 1983 Giovannone dichiarava:

«[Sulla strage di Fiumicino] Per quanto ho saputo – devo però precisare che al momento della strage non ero in Libano, ma a Roma in clinica per un’operazione alla retina – l’operazione fu organizzata dai Libici ed eseguita da un gruppo di elementi, credo anche palestinesi, che si era trasferito in Libia, al seguito di un certo Abdel Ghaffour già dirigente di Al Fatah, che era stato espulso dall’organizzazione. Il commando raggiunse dalla Libia la Spagna e di qui direttamente Roma. Il progetto era quello di impadronirsi di un aereo Jumbo della Panamerican, per effettuare un’azione terroristica di protesta contro i contatti tra egiziani ed israeliani, che avrebbero dovuto concludere la guerra di ottobre [1973]. Non essendo l’aereo sull’aeroporto di Fiumicino, i terroristi avrebbero ripiegato sull’altro obiettivo, cioè un aereo della Twa [qui probabilmente il colonnello inverte le compagnie]. Il responsabile dell’organizzazione Abdel Ghaffour fu condannato a morte da un Tribunale palestinese e rientrato a Beirut fu ivi ucciso nel ’74 o nel ’75 [fu ucciso il 12 settembre 1974]. Fu intercettato in una strada della capitale libanese e ucciso a raffiche di mitra. L’esecuzione fu pubblicizzata […] oltre che sulla stampa mediorientale anche su quella europea, di sicuro su quella italiana. Non so dire se il processo palestinese colpì anche altri membri del commando. Venni a sapere che due elementi di esso sarebbero stati uccisi. Ignoro però in quali circostanze. So che i membri del commando che operò a Roma, dopo essere riparati nel Kuwait, rimasero detenuti per qualche tempo in questo Paese. Furono poi trasferiti in Egitto e incarcerati non so se in una struttura dello stato egiziano o in una dell’O.L.P. in territorio egiziano. Da questo momento se ne persero le tracce. Si parlò di uso da parte del commando, durante lo scontro a fuoco nell’aeroporto, di mitra Sterling. Nonostante ricerche effettuate da me, dopo le rivelazioni di Peci, non potei ottenere alcuna conferma a quella voce. Le ricerche furono fatte in Italia, credo presso gli atti delle indagini di Fiumicino»[9].

Il 26 luglio 1983 lo stesso Giovannone precisava ulteriormente:

«A.D.R. [a domanda risponde] Sempre a proposito della strage di Fiumicino, ricordo che i due di cui ho parlato nel precedente esame, implicati nell’attentato, furono uccisi, per quanto mi fu riferito, in due circostanze diverse e senza motivazione specifica. Ricordo che mi fu detto “il conto è saldato”. Non ricordo i nomi dei due; ne ho sentito parlare sicuramente, o nel ’76 o nel ’78, perché nel ’77 io non ero in Libano. Quando dico “ne ho sentito parlare”, significa che ho appreso la notizia in ambienti di servizi collegati al nostro. Potrebbe essere servizi Inglesi come di paesi Arabi moderati. Ora però non ricordo a quale servizio appartenessero le persone che mi riferirono questi fatti. Per una delle persone uccise, la notizia apparve anche su un giornale o bollettino, in francese o in inglese, pubblicato a Beirut. Nella notizia si diceva, se ricordo bene, che era stato ucciso uno di quelli – non era riportata la nazionalità – che avevano preso parte al raid di Fiumicino. Si riferiva genericamente che era stato ucciso in “scontri” senza aggiungere altro. Negli anni tra il ’76 e il ’78 i bollettini e i giornali in lingue europee non erano meno di una decina e rappresentavano le varie fazioni. Anche Al Fatah ne aveva uno, dal titolo Wafa, in inglese ed in arabo. Non ricordo se lessi la notizia in lingua europea. Avevo anche un servizio di traduzione e sintesi della stampa in lingua araba, per cui è possibile anche che la notizia provenisse da un giornale o bollettino in arabo. Nel gennaio 1974 la stampa inglese accusò esplicitamente i libici, e Gheddafi in particolare, di essere stati gli autori della strage. I libici respinsero recisamente questa accusa. Noi non avevamo una rassegna stampa delle pubblicazioni libiche. A Beirut, però, c’era un giornale, che fungeva da portavoce della politica e degli interessi libici in Medio Oriente. Il giornale era o è ancora – ritengo almeno fino all’autunno ’81 – “As Saphir”. Abdel Ghaffour (di nome Ahmed o Mohammed) era un dirigente di Al Fatah nel campo logistico-amministrativo. Non aveva una sede fissa. Doveva provvedere ai rifornimenti dai vari campi palestinesi sparsi nei diversi Paesi. Messosi in contrasto con la dirigenza palestinese fu messo sotto inchiesta amministrativa per irregolarità e destituito. Si rifugiò, come ho detto, in Libia, dove sarebbe diventato responsabile di un gruppo di terroristi che si addestravano per operazioni programmate dai libici. In questo periodo, mi è stato detto, da ambienti palestinesi, che in precedenza all’operazione di Fiumicino, Ghaffour ebbe contatti con Abu Nidal, altro capo di un gruppo terroristico, di base in Irak, ed anch’egli transfuga di Al Fatah. Gaphour [Ghaffour] programmò e diresse l’operazione, presumibilmente da Tripoli o al più dalla Spagna. Per gli arabi c’è stata una certa libertà di movimento in territorio spagnolo, indipendentemente dai regimi che si sono succeduti. Preciso: nulla so però, della situazione attuale. Quella libertà di movimento era ancora maggiore per coloro che viaggiavano con passaporto diplomatico libico o di altri paesi arabi. Si ricorderà che, anche il dirottamento Lufthansa conclusosi a Mogadiscio [ottobre 1977] ebbe inizio in territorio spagnolo, precisamente alla Baleari. I due uccisi successivamente erano, con ogni probabilità del commando che aveva operato a Fiumicino. [Il commando Martire Halime, annientato il 18 ottobre 1977 a Mogadiscio da una unità del Gsg9 (Grenzschutzgruppe 9), le forze speciali della polizia federale tedesca, era composto da Zohair Youssif Akache (23 anni), che si faceva chiamare Capitano Mahmud Martire [10], Suhaila Sayeh (22 anni) una palestinese unica sopravvissuta, Wabil Harb (23 anni) e Hind Alameh (22 anni)]. I campi OLP in Egitto erano a quel tempo due o tre. Non so dove fossero situati, perché la mia competenza si estendeva fino al confine egiziano» [11].

Le origini del «lodo Moro»: i primi passi della «diplomazia parallela» tra arresti e liberazioni di terroristi

Dunque pare proprio che la Libia, direttamente o indirettamente, abbia per lo meno dato sostegno logistico e finanziario alle ali più estreme della galassia palestinese. In questo contesto si può spiegare l’anomalia della strage di Fiumicino, avvenuta quando da almeno un anno era attiva la «diplomazia parallela» instaurata tra il nostro governo e i gruppi palestinesi “ortodossi”, appunto il cosiddetto «lodo Moro».

Vediamo di inquadrare le vicende e di spiegare perché riteniamo che il «lodo» entri in vigore già nel 1972.

Quell’anno inizia con una preoccupante escalation di attentati in Europa ad oleodotti e depositi di carburanti:

  1. 6 febbraio 1972 – Ommen e Ravenstein (Olanda)
    Nella notte, Settembre nero tenta di far saltare un gasdotto in un centro di distribuzione della Gasunie vicino a Ommen. Non tutti gli esplosivi detonano. Nella stessa notte viene compiuto un attentato analogo anche a Ravenstein.
  2. 8 febbraio 1972 – Amburgo (Germania occidentale)
    Attentato alla fabbrica Stroefer di Amburgo che fornisce motorini di avviamento per i Mirage. Per questa e per l’azione del 6 in Olanda sono ricercati Mohammed Boudia, Lambri Bouhadiche, Marie-Thérèse Lefebvre e Dominique Jurilli.
  3. 22 febbraio 1972 – Amburgo (Germania occidentale)
    Un oleodotto della Esso viene danneggiato nei pressi di Amburgo. La rivendicazione è di Settembre nero.
  4. 4 agosto 1972 – San Dorligo della Valle, Trieste (Italia)
    Alle 3.15 una prima esplosione fa saltare un serbatoio dell’oleodotto Siot a San Dorligo della Valle (nei pressi di Trieste). Nel giro di una decina di minuti altre due cariche esplosive fanno saltare altri due serbatoi ed un quarto s’incendia per il calore. Bruciano 140mila tonnellate di petrolio. In tutto si conteranno diciassette feriti e diversi comuni evacuati (Dolina, Ceresana, Bagnoli). L’attentato, fu eseguito da un commando di Settembre nero che comprendeva anche cittadini francesi tra cui Marie-Thérèse Lefebvre.

Questi attentati, come nota anche Stelio Marchese in un suo pionieristico libro del 1989, colpivano un nervo scoperto dell’Occidente, le fonti di energia, alla vigilia di una grave crisi [12].

Altri episodi si verificarono sempre in Germania e in Italia (oltre che in Israele) nel giro di poche settimane. Questa volta furono coinvolte vittime civili.

  1. 29 maggio 1972 – Lod-Tel Aviv (Israele)
    All’aeroporto di Lod-Tel Aviv un commando dell’Armata rossa giapponese compie per conto dell’Fplp una strage (24 morti più 2 terroristi).
  2. 16 agosto 1972 – Roma Fiumicino (Italia)
    Un “mangianastri” imbottito di esplosivo, consegnato da due arabi a due ragazze inglesi, imbarcatesi a Fiumicino su un aereo della El Al diretto a Lod, esplode nel compartimento bagagli. L’aereo non precipita. I due arabi vengono arrestati.
  3. 5 settembre 1972 – Monaco di Baviera (Germania occidentale)
    È la volta della tragedia di Monaco di Baviera durante lo svolgimento dei Giochi olimpici. Un commando di Settembre nero occupa la palazzina dove sono alloggiati gli atleti israeliani e ne cattura nove mentre altri due restano uccisi: dopo estenuanti trattative i terroristi con gli ostaggi raggiungono l’aeroporto di Furrstenfeldbruk dove la polizia della Repubblica federale tedesca ha loro teso un agguato: nella sparatoria restano uccisi tutti gli ostaggi, cinque terroristi e un agente di polizia. Altri tre palestinesi vengono arrestati.
  4. 4 ottobre 1972 – Roma (Italia)
    Un pacco bomba ad alto potenziale viene inviato alla sede della United Hias Service, un’organizzazione israeliana per l’assistenza agli ebrei perseguitati in ogni parte del mondo. La busta viene disinnescata dagli artificieri.

Ed ecco che in Italia, proprio in quei mesi, inizia a susseguirsi una serie incredibile di arresti e di rilasci pressoché immediati e immotivati di terroristi palestinesi, colti in flagranza di reato, dove il reato poteva essere anche la tentata strage:

  1. Il 28 maggio 1972 una giovane libanese Kheirie Jomaa el-Amki viene arrestata a Fiumicino. Viene trovata in possesso di armi (due pistole, un caricatore, altre munizioni e una bomboletta spray di gas lacrimogeno. Verrà liberata dopo qualche settimana e spedita a Beirut.
  2. Il 26 novembre 1972 quattro valigie piene di armi di provenienza libica sono abbandonate all’aeroporto di Fiumicino. I quattro arabi responsabili ripartono per Il Cairo la sera stessa.
  3. Il 30 gennaio 1973 tre terroristi con passaporti israeliani sono presi alla frontiera tra Italia e Austria. Fanno parte del gruppo che intende attaccare il castello di Shoenau. L’Italia li espelle il giorno stesso.
  4. Il 13 febbraio 1973 Adnam Mohamed Ali Hasham e Ahmed Zaid, i due del “mangianastri esplosivo” vengono liberati.
  5. Il 4 aprile 1973 due arabi trovati in possesso di armi e materiale esplosivo vengono arrestati a Fiumicino. Hanno passaporti iraniani intestati a Gholan Mirzaga e Shirazi Bahrami Riza. Il 13 agosto 1973 dopo il pagamento di una modesta cauzione (solo 500.000 lire) vengono liberati. Avevano subito condanne per 4 anni ciascuno.
  6. Il 17 giugno 1973 a Roma, in Piazza Barberini, salta in aria una Mercedes carica di esplosivo. I due arabi a bordo restano feriti. Si tratta del giordano Hamid Abdul Shiblj e del siriano Abdel Hadi Nakaa. Verranno liberati il 13 agosto 1973.
  7. Il 5 settembre 1973 cinque arabi armati di lanciamissili Sam-7 Strela sono arrestati in un appartamento di Ostia. Due di loro, Ghassam Ahmed al-Hadith e al-Tayeb Ali al-Fargani (in realtà si tratta di Atif Busaysu «stretto associato di grado elevato di Salah Khalaf alias Abu Ayad» [13]), il 30 ottobre 1973 vengono accompagnati segretamente in Libia, dopo una sosta a Malta, con l’aereo dei servizi Argo 16. Gli altri tre, Amin el Hendi – per quattro anni capo degli studenti palestinesi in Italia, poi numero 2 dell’intelligence palestinese e uomo di raccordo tra Carlos e l’Fplp, morto il 18 agosto 2010 ad Amman – Gabriel Khouri e Mahmoud Nabil Mohamad Azhi Kanj verranno liberati con pagamento di una cauzione di 20 milioni di lire a testa e condotti anch’essi in Libia nel marzo 1974 [14].

Questi episodi, non troppo enfatizzati dai media e dal mondo politico, vennero drammaticamente ricordati da Moro durante la sua prigionia nel “carcere del popolo” brigatista, in sei missive. Riportiamo qui un passaggio della lettera inviata a Flaminio Piccoli (scritta il 23 aprile 1978 e recapitata il 29) che sintetizza emblematicamente come erano andate le cose:

«Dunque, non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione. La minaccia era seria, credibile, anche se meno pienamente apprestata che nel caso nostro. Lo stato di necessità è in entrambi evidente» [15].

La Libia si propose in quel contesto come Paese che dava rifugio e sostegno militare ai gruppi palestinesi più oltranzisti, contestando e contrastando le politiche più moderate dell’Olp e dei Paesi arabi che erano disposti a soluzioni negoziali del conflitto con Israele.

Non a caso, la strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973 si colloca tra la guerra del Kippur (6-25 ottobre 1973) e la Conferenza di Ginevra (21 dicembre 1973 – 18 gennaio 1974) nel contesto della quale Israele ed Egitto firmeranno un accordo che porterà in breve al ritiro delle truppe israeliane dal Sinai conquistato e sarà alla base dei successivi negoziati che culmineranno negli accordi di Camp David del 17 settembre 1978 e con la firma del Trattato di pace israelo-egiziano del26 marzo 1979.

La carota e il bastone libico sull’Olp in un documento inedito della Cia

Nell’ambito delle nostre ricerche, in base al Foia (Freedom of information Act) abbiamo richiesto alla Cia di poter visionare i documenti prodotti dall’agenzia statunitense, relativi alla strage di Fiumicino.

Purtroppo per quanto riguarda Ghaffour la risposta d’ufficio è stata la medesima che ricevemmo a suo tempo quando chiedemmo notizie su Abu Anzeh Saleh (responsabile dell’Fplp in Italia negli anni ’70): «With regard to the portion of your request regarding Ahmad Abd-al-Ghaffur, the CIA can neither confirm nor deny the existence or nonexistence of records responsive to your request in accordance with section 3.6(a) of Executive Order 13526. The fact of the existence or nonexistence of requested records is currently and properly classified and is intellicence sources and methods information that is protected from disclosure by section 6 of the CIA Act of 1949, as amended, and section 102A(i)(l) of the National Security Act of 1947, as amended. Therefore, your request is denied pursuant to FOIA exemptions (b)(1) and (b)(3)».

Comunque dagli Stati Uniti c’è pervenuto un rapporto datato 8 gennaio 1974, che pur nella sua stringatezza, sembra confermare un ruolo della Libia non secondario e non disinteressato nella vicenda di Fiumicino:

«Libia: la Libia sta facendo pressione sui leader fadayeen affinché non puniscano i terroristi che hanno attaccato un aereo di linea Pan American e dirottato un aereo Lufthansa dall’aeroporto di Roma a metà dicembre. [Omissis].

Di conseguenza, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, secondo come riferito, ha deciso di non accettare la responsabilità per i terroristi, ma di insistere sul fatto che restino sotto la custodia di funzionari del Kuwait. I kuwaitiani sono quasi certi di liberare i terroristi dopo una breve prigionia. [Omissis].

Il governolibico, secondo come riferito, haminacciato ditagliarei collegamentifinanziaricon l’Organizzazione perla Liberazione della Palestinaecon Fatahse non abbandoneranno laloro intenzionedi trattareduramentei terroristi» [16].

Cia: rapporto datato 8 gennaio 1974
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Per ulteriori approfondimenti si veda:

Una strage dimenticata. Fiumicino, 17 dicembre 1973 (16 dicembre 2008)
http://www.cielilimpidi.com/?cat=53

Ancora interrogativi su Fiumicino 1973 (13 febbraio 2009)
http://www.cielilimpidi.com/?p=403

Fiumicino 17 dicembre 1973: un libro (16 aprile 2011)
http://segretidistato.liberoreporter.it/index.php/approfondimenti/terrorismo/fiumicino-1973/63-fiumicino-17-dicembre-1973-un-libro.html
Salvatore Lordi e Annalisa Giuseppetti, “Fiumicino 17 dicembre 1973. La strage di Settembre Nero”, Rubbettino, 2010

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Riferimenti bibliografici

[1] Marzio Bellacci, Raffaello Uboldi e Pietro Zullino, «Fiumicino. Perché è accaduto», Epoca n. 1212/1213, 30 dicembre 1973, pp. 28-38; Pietro Zullino, «Fiumicino. Un ufficiale accusa il governo», Epoca n. 1215, 13 gennaio 1974, pp. 18-19; Pietro Zullino, «Abbiamo portato al giudice il documento su Fiumicino. Perché il capitano Corrado Narciso ha deciso di parlare», Epoca n. 1216, 20 gennaio 1974, p. 16 (Corrierino di Roma).

 

[2] Dichiarazioni alla Camera dei deputati del ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani, in risposta alle “interrogazioni urgenti sull’atto terroristico all’aeroporto di Fiumicino”, seduta 201 del 18 dicembre 1973, pp. 11933-11953.

 

[3] «Colonel Gaddafi ‘uses oil revenues to finance terrorism’», The Times, 4 gennaio 1974; «Evidence of Gaddafi financing of terrorism», The Times, 17 gennaio 1974; «Terrorists’ air tickets ‘issued in Libya’», The Times, 21 gennaio 1974.

 

[4] «Rome treats Gaddafi story with caution», The Times, 7 gennaio 1974; «Italians discuss report in ‘The Times’», The Times, 24 gennaio 1974.

 

[5] Archivio storico del Senato, Fondo Aldo Moro, Serie 1: Scritti e Discorsi; Sottoserie 18: Anno 1974; UA 619; busta 28, Aldo Moro, intervento al Senato sull’andamento della politica estera, 23 gennaio 1974, pp. 163-165.

 

[6] Archivio storico del Senato, Fondo Aldo Moro, Serie 1: Scritti e Discorsi; Sottoserie 18: Anno 1974; UA 619; busta 28, Aldo Moro, intervento al Senato sull’andamento della politica estera, 23 gennaio 1974, pp. 13-14; pp. 46-47 e pp. 86-87.

 

[7] Carlo Fruttero e Franco Lucentini, «Pare che…», La Stampa, 7 dicembre 1973.

 

[8] Pietro Zullino, «Tra Gheddafi e la FIAT c’è anche l’ENI», Epoca, 13 gennaio 1974.

 

[9] Tribunale di Roma, Ufficio Istruzione 2ª sezione, Procedimento 2677/77A G.I., Processo verbale di esame di testimonio senza giuramento, giudice istruttore Rosario Priore, segretario Paolo Musio, Stefano Giovannone, 19 luglio 1983.

 

[10] Nel libro di Oliver Schröm, Im Schatten des Schakals. Carlos und die Wegbereiter des internationalen Terrorismus (Ch. Links Verlag, Berlino 2002), Zohair Youssif Akache è indicato come colui il quale sostituì Carlos alla guida delle operazioni per conto dell’Fplp, quando Wadi Haddad entrò in conflitto col terrorista venezuelano per le divergenze seguite alla gestione dell’attacco all’Opec di Vienna (21 dicembre 1975).

 

[11] Tribunale di Roma, Ufficio Istruzione 2ª sezione, Procedimento 2677/77A G.I., Processo verbale di esame di testimonio senza giuramento, giudice istruttore Rosario Priore, segretario Paolo Musio, Stefano Giovannone, 26 luglio 1983.

 

[12] Stelio Marchese, I collegamenti internazionali del terrorismo italiano (dagli Atti giudiziari), L’Aquila, Japadre 1989.

 

[13] Tribunale civile e penale di Venezia, Procedimento penale n. 318/87A G.I. contro Zvi Zamir ed altri (Argo 16), Sentenza-ordinanza emessa il 10 dicembre 1998 dal giudice istruttore Carlo Mastelloni, Appunto Sid del 25 ottobre 1973.

 

[14] Tribunale di Roma, Sezione settima penale, Procedimento penale n. 5137/73 R.G., Sentenza di primo grado contro Mahmoud Nabil Mohamad Azmi Kanj et al., 27 febbraio 1974.

 

[15] Aldo Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, Torino, Einaudi, Lettera a Flaminio Piccoli, n. 58, pp. 103-107.

 

[16] Outgoing message. Middle East Africa Brief 004-74, 8 january 1974.




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