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Litvinenko: a sei anni dalla morte dell’ex spia russa, Mario Scaramella passa da testimone a indiziato

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Colpo di scena nell’inchiesta sulla morte di Alexander Litvinenko.

Le indagini sull’omicidio dell’ex colonnello dell’Fsb avvelenato a Londra l’1 novembre 2006 con una dose letale di Polonio 210 che lo portò alla morte il 23 novembre 2006 sembravano concluse e indirizzate in una sola direzione, quella che ha portato all’incriminazione e alla richiesta di estradizione per Andrei Lugovoi, uomo d’affari russo con un passato come ufficiale prima nel Kgb e poi nel servizio di sicurezza federale russo che ha incontrato Litvinenko nel Pine Bar del Millennium Hotel a Gorsvenor Square, il giorno del suo avvelenamento. La novità è emersa durante l’udienza preliminare davanti l’Alta Corte di Londra lo scorso venerdì 2 novembre. È stato reso noto, infatti, che dal punto di vista investigativo tutte le piste sono ancora aperte, compresa quella che porta in Italia, attraverso l’ex consulente della Commissione Mitrokhin, Mario Scaramella. Finora il napoletano, che pranzò con Litvinenko nel sushi bar Itsu di Piccadilly Circus nel primo pomeriggio del 2 novembre 2006, era considerato dagli inquirenti britannici uno dei principali testimoni del caso. Ma adesso, alla luce delle ultime notizie, la sua posizione è al vaglio degli investigatori britannici in veste di sospettato. La svolta potrebbe essere messa in relazione alle pressioni che le autorità russe hanno fatto in questi anni per capovolgere l’impianto accusatorio nei confronti di Lugovoi, rovesciando tutte le responsabilità sulla morte di Litvinenko sull’italiano e sull’oligarca Berezovsky. Da parte britannica, probabilmente, si è avvertita la necessità di sgombrare il campo da ogni ombra o equivoco investigativo. Le indagini, infatti, oltre a quelle che vedono coinvolto l’indagato Lugovoi, battono piste diverse: ipotizzano rispettivamente un coinvolgimento della criminalità spagnola, di gruppi terroristici ceceni, dell’oligarca russo Boris Berezovsky. Ipotesi controverse e in gran parte incompatibili tra loro, così come vengono definite dagli stessi inquirenti. In particolare, per quanto riguarda la pista italiana, fra i sospettati oltre a Scaramella comprare anche il nome di Alexander Talik, un ucraino con un passato da ex ufficiale nello stesso reparto del Servizio di sicurezza federale Russo (FSO) dal quale proveniva Lugovoi, da anni in Italia (a Napoli) come clandestino. Talik aveva collaborato con Scaramella in qualità di traduttore nelle molteplici attività del napoletano e, in questo contesto, aveva anche fornito informazioni delicate all’allora consulente della Commissione Mitrokhin che poi furono usate per denunciare un presunto progetto di attentato da parte della criminalità ucraina contro il presidente della Commissione, Paolo Guzzanti, e lo stesso Scaramella (vicenda delle granate anticarro trasportate in Italia a bordo di un furgone con targa ucraina). Fu proprio Litvinenko, in uno dei suoi vari soggiorni a Napoli con Scaramella, ad aver saputo della presenza in città di Talik e di averlo poi citato in un articolo, accusando Talik di essere uno degli organizzatori di quel misterioso piano. Talik seppe di questo articolo di Litvinenko e, furibondo, spedì un emissario (tale Vitalik) a Mosca per segnalare la questione ai vertici dei vari apparati ai quali Talik era ancora collegato (i servizi ex sovietici).Così come ampiamente riportato al tempo sulle pagine del quotidiano “Il Roma”, questo filone d’inchiesta era stato scandagliato fino in fondo tanto da ipotizzare che l’iniziativa di Talik poteva aver messo in moto la macchina della rappresaglia da parte di Mosca nei confronti di Litvinenko, il quale – in quel periodo – si prestava a un lungo debriefing proprio con Scaramella.La segnalazione di Talik contro Litvinenko, in pratica, poteva essere considerata il movente dell’attentato del 2 novembre 2006, anche perché – a sostegno di questa ipotesi – c’erano alcune intercettazioni telefoniche nelle quale Talik, dal suo punto di vista ritenendosi calunniato da Litvinenko, affermava senza troppe precauzioni: «Ho chiesto il responsabile di tutto questo… Chi ha fatto queste dichiarazioni, queste bugie. Ho dato tutto a un ragazzo, si chiama Vitalik e porterà tutto a Mosca». In un’altra conversazione, sempre Talik affermava minaccioso: «Io gli ho detto che mi daranno l’informazione su chi è questa persona, su che cosa ha fatto, che porco è, da dove è uscita fuori».Non si può escludere che Talik, avendo servito nello stesso reparto di Lugovoi (l’FSO), una volta ottenuta l’informazione da Mosca abbia in qualche modo messo in moto la rappresaglia contro Litvinenko, utilizzando come cavallo di troia proprio Scaramella, messo in allarme per la vicenda del presunto attentato con le granate anticarro spedite in Italia dall’Ucraina.Durante l’udienza preliminare, che è stata aggiornata a dicembre (data in cui si deciderà quale direzione prenderà dell’inchiesta), i legali della vedova Litvinenko, Marina, hanno chiesto alla Corte di citare anche gli agenti e i funzionari dell’MI6 (il servizio segreto britannico) e gli ex colleghi del marito all’FSB come «parti interessate». Secondo gli avvocati di Marina Litvinenko, potrebbero esserci responsabilità sia da parte russa, sia da parte britannica, in questo caso indiretta e legata al «non aver adottato misure ragionevoli per proteggere il signor Litvinenko da un rischio reale e immediato per la sua vita».

Gian Paolo Pelizzaro
François de Quengo de Tonquédec




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