SEGRETI DI STATO (LR Network)
Il giornale tematico del gruppo Liberoreporter sul periodo più buio della Repubblica italiana

Agosto-ottobre 1980: tre stragi insanguinano l’Europa

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Bologna, Monaco di Baviera, Parigi. Tre luoghi per tre stragi.
2 agosto 1980, stazione di Bologna: 85 morti, 207 feriti gravi.
26 settembre 1980, Oktoberfest di Monaco di Baviera: 13 morti, oltre 219 feriti.
3 ottobre 1980, sinagoga di Parigi di rue Copernic: 4 morti, 30 feriti.

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Non è solo la vicinanza cronologica che lega questi attentati, avvenuti nell’arco di appena due mesi, in tre importanti città di altrettanti grandi Paesi europei.
È comune tra loro il carattere indiscriminato dell’atto criminale. Qualsiasi persona, cittadino o turista, di qualsiasi nazionalità, sesso, età, religione, poteva restare vittima in uno qualunque dei tre attentati. Semplicemente per il solo fatto di trovarsi in quel luogo pubblico e affollato nel momento sbagliato.
La bomba di Parigi che simbolicamente voleva colpire la sinagoga e quindi teoricamente persone di religione ebraica, era posta in realtà su una moto all’esterno del tempio e colpì chi in quel momento transitava sulla rue Copernic. Se fosse scoppiata al termine della funzione, all’uscita dei fedeli, la strage sarebbe stata di dimensioni molto maggiori.
Stessa sorte per gli ignari cittadini tedeschi e per i numerosi turisti che volevano godersi una birra alla 146ª edizione della festa bavarese che solo il giorno prima era stata ufficialmente definita “froehlich und friedlich” (allegra e pacifica).
Analogo destino infine colpì, chi aveva scelto, probabilmente solo per necessità, di prendere il treno in un torrido sabato mattina d’agosto, per andare in vacanza o per tornarsene a casa.
Azioni scellerate che uccisero donne, bambini, persone senza nessuna colpa, nemmeno quella di rappresentare un simbolo.

Comune alle tre stragi fu anche la matrice immediatamente indicata dai giornali. A compiere quelle imperdonabili e ingiustificabili ignominie, infatti, furono fin da subito, senza ombra di dubbio, additati gruppi nazi-fascisti.
Ecco alcuni titoli dei giornali italiani circa le bombe di Monaco e di Parigi:

«La strage fascista a Monaco: 12 morti molti feriti gravi», l’Unità, 28 settembre 1980.
«Strage all’Oktoberfest: forse fra le vittime anche l’attentatore (di destra) », il Resto del Carlino, 28 settembre 1980.
«Strage nazista?», Il Messaggero, 28 settembre 1980.
«La tragedia dell’Oktoberfest. […] Già scoperti gli autori del sanguinoso attentato di giovedì sera nel centro di Monaco di Baviera. Secondo le indiscrezioni sono estremisti di destra», La Stampa, 28 settembre 1980.
«È nazista la bomba della strage di Monaco», l’Unità, 29 settembre 1980.
«Arrestato il capo dei neonazisti. Era in contatto con ultrà italiani», il Resto del Carlino, 29 settembre 1980.
«Monaco: la pista nera porta al campo-scuola del terrorismo europeo», «Dal Libano i fondi per i gruppi nazisti», il Resto del Carlino, 30 settembre 1980.

«Bomba neo-nazista a Parigi 4 morti e 12 feriti alla sinagoga», l’Unità, 4 ottobre 1980.
«Bomba nazifascista a Parigi nella sinagoga: morti e feriti», il Resto del Carlino, 4 ottobre 1980.
«Attentato a una sinagoga di Parigi: 4 morti. Poteva essere una strage. Si scatena l’antisemitismo dei nazifascisti francesi», Il Messaggero, 4 ottobre 1980.
«Bomba contro una sinagoga 4 morti, molti feriti a Parigi. L’attentato rivendicato da un gruppo di neonazisti», La Stampa, 4 ottobre 1980.
«I neonazisti infiltrati nella polizia francese», «L’“internazionale nera”», il Resto del Carlino, 5 ottobre 1980.
«La nuova internazionale nera dietro la bomba nella sinagoga. Bologna, Monaco, Parigi: le stragi legate forse da un unico disegno eversivo», Corriere della Sera, 5 ottobre 1980.
«A Parigi imponente risposta al fascismo. Indignazione nel mondo per il crimine nazista», l’Unità, 8 ottobre 1980.

Anche in Europa i giornali si orientarono verso le destre neonaziste:
«Es lebe der Faschismus. Die Internationale der Rechtsextremen und Neonazis in den europäischen Staaten [W il fascismo. L’internazionale di estrema destra e neo nazista nei paesi europei]», Der Spiegel, 6 ottobre 1980, n. 41/80.
«German police hold six neo-Nazis after death of accomplice in Munich blast [La polizia tedesca arresta sei neo-nazisti dopo la morte del complice nell’esplosione di Monaco di Baviera]», The Times, 29 settembre 1980.

Ed è proprio sulle piste neofasciste che si focalizzarono anche le indagini degli inquirenti. Accadde a Bologna, ma anche a Monaco di Baviera e a Parigi (sugli sviluppi relativi a quest’ultima strage si veda l’articolo: http://segretidistato.liberoreporter.it/index.php/home/primo-piano/primo-piano/183-il-canada-pronto-a-estradare-il-sospetto-attentatore-della-sinangoga-di-parigi-.html).

L’attentato alla Oktoberfest di Monaco, 26 settembre 1980
Il 26 settembre 1980 alle 22,19 esplode un bomba posta in un cestino all’ingresso principale della Oktoberfest di Monaco di Baviera. Si tratta di una granata di mortaio riempita con 1,39 kg di Tnt deposta in un estintore pieno di viti e chiodi per renderne ancora più devastante l’effetto.
Restano uccise 13 persone tra cui tre bambini; i feriti sono 219, sessantotto dei quali in modo grave. È l’attentato più sanguinoso nella storia della Repubblica Federale di Germania.
Molte vittime avranno gli arti amputati. Anche il presunto autore materiale della strage, il giovane estremista di destra Gundolf Köhler (nato nel 1959 a Donaueschingen e studente di geologia), privo di entrambe le braccia e completamente sfigurato, verrà identificato solo attraverso il passaporto che aveva con sé.
L’inchiesta ufficiale fissata dalla Procura federale e dalla polizia criminale bavarese conclude, il 23 novembre 1982, che proprio Köhler, morto nell’esplosione, era da considerarsi il solo colpevole dell’attentato, avendo agito in perfetta solitudine nella progettazione e nell’esecuzione della strage. Movente? La frustrazione personale:
«L’attentato è stato l’ultimo atto di un disastro personale. Köhler aveva sofferto fallimenti nello studio e nelle sue relazioni con le donne, era stato isolato socialmente e aveva sviluppato un odio universale contro se stesso e i propri simili. Così la strage da assassinio di matrice politica era diventata il suicidio prolungato di un uomo disperato»[1] .
Ma Gundolf Köhler non era propriamente una persona priva di legami politici. Era infatti in contatto con il gruppo neonazista Wehrsportgruppe Hoffmann (Gruppo sportivo militare Hoffmann), fondato nel 1973 da Karl-Heinz Hoffmann (nato nel 1937 a Norimberga), e proprio questa commendevole appartenenza di Köhler (era stata segnalata la sua partecipazione a numerose esercitazioni organizzate dal gruppo) è ancora oggi alla base dei dubbi sulla cosiddetta “teoria dell’autore unico”.
La più volte richiesta revisione del processo da parte di molti familiari delle vittime, nel 1984 e poi ancora nel 2005, però, non ha avuto alcun esito. L’ultimo vano tentativo è avvenuto dopo che tra dicembre 2009 e marzo 2010, la procura aveva preso visione degli archivi della Stasi, ma anche questa volta il procuratore generale ha ritenuto di non rilevare nuovi elementi che potessero comportare una riapertura del processo[2].
Eppure politici e avvocati non demordono:
«Consciamente o inconsciamente, tutte le tracce e le testimonianze che contraddicono la teoria del reato individuale, non sono state adeguatamente riconosciute o sono state messe da parte. La versione ufficiale è un risultato politicamente auspicabile di indagine in modo che nessuno possa dimostrare la cooperazione tra Köhler e altre persone di destra e relative strutture». Così Werner Dietrich avvocato di diversi familiari delle vittime, impegnato da sempre per la riapertura delle indagini.
«Non mi arrenderò fino a quando l’inchiesta giudiziaria non sarà ripresa», dice Peter Danckert, esperto legale dell’Spd (Sozialdemokratische Partei Deutschlands), il partito socialdemocratico tedesco.
Lo stesso sindaco di Monaco di Baviera, Christian Ude, ha sempre insistito sul fatto che il caso debba essere riaperto.
In effetti una serie di testimonianze raccolte a ridosso della strage, pur essendo indubbiamente di un certo rilievo, sembrano non aver inciso particolarmente nel merito dell’inchiesta e ciò ha comportato e comporta una certa insoddisfazione in tutti coloro i quali vorrebbero maggiore chiarezza e non ritengono adeguate le conclusioni giudiziarie a cui è giunta la magistratura tedesca nel 1982.
In particolare, ad esempio, dopo che sono emerse alcune circostanze inedite su Gundolf Köhler, ha ripreso valore la testimonianza di Frank Lauterjung. Una figura dubbia che fu in grado di fornire più di chiunque altro dettagli circa l’attacco. Infatti Lauterjung era sopravvissuto all’esplosione, nonostante si trovasse a pochi metri di distanza dal cestino in cui era stato collocato l’ordigno. A detta sua, poiché aveva avuto un “brutto presentimento”, si era buttato a terra prima che la bomba esplodesse, restando così pressoché incolume. Gli investigatori interrogarono Lauterjung almeno cinque volte nel 1980. Egli poi morì di insufficienza cardiaca due anni più tardi, quando aveva solo 38 anni. Nella sua testimonianza Lauterjung disse di aver notato, seguito e osservato Köhler per molto tempo prima dello scoppio della bomba. Dichiaratosi gay, sostenne che quella sera era in cerca di sesso in una toilette pubblica all’ingresso della Oktoberfest, luogo noto per incontri di quel genere. Egli credette che anche Köhler, descritto come trasandato, “un tipo intellettuale outsider” in giacca a quadri rossi, fosse lì convenuto con gli stessi suoi intenti. Lauterjung disse anche che Köhler aveva una sportina di plastica bianca contenente un pesante cilindro metallico e una valigetta. Valigia che poi scomparve senza lasciare traccia dopo l’esplosione, malgrado diversi altri testimoni abbiano affermato di averla notata subito dopo l’attentato, in piedi al suolo, a pochi metri dal cestino. In effetti, la foto che le autorità pubblicarono durante le indagini alla ricerca di testimoni, riproduceva Köhler in modo coerente con la descrizione di Lauterjung. Quest’ultimo aggiunse poi un particolare che insinua dubbi sulla tesi dell’attentato commesso dal solo Köhler senza complici. Infatti Lauterjung affermò che mezz’ora prima dell’attentato aveva notato Köhler impegnato in una discussione animata con due uomini in giacca a vento (parka) verde.
Solo nel 2010 si è scoperto che Lauterjung era stato un dichiarato estremista di destra. Nel gruppo Bund Heimattreuer Jugend (Bhj),  dove aveva ricoperto il ruolo di “vice leader nazionale” e di “comandante regionale”. Lauterjung fu poi espulso dal gruppo perché ritenuto un infiltrato che lavorava per l’agenzia di intelligence interna della Germania federale[3] .
Un’altra testimonianza inquietante è quella di una donna, una passante, che sostenne di aver visto due giovani accanto al corpo martoriato di Köhler urlare selvaggiamente: “Non lo volevo. Non è colpa mia. Uccidimi!”. Un’altra donna, del Land del Nord Reno-Westfalia, testimoniò di aver visto nei pressi dell’entrata della Oktoberfest una settimana prima della strage, un’auto con cinque passeggeri a bordo e un grosso oggetto avvolto in materiale nero sul sedile posteriore. La donna insospettita, aveva diligentemente annotato la targa dell’auto (VS-DD 500), una Ford che risultò essere di proprietà del padre di Köhler. Forse il gruppo stava compiendo una sorta di prova generale dell’attentato?
Questi sono gli elementi su cui puntano ancora oggi i famigliari (peraltro sono ancora aperte vertenze col governo per i risarcimenti), per una riapertura delle indagini.

Le relazioni pericolose tra neonazisti tedeschi e palestinesi
Ma che cos’era esattamente il gruppo neonazista Wehrsportgruppe Hoffmann (Wsg) al quale Köhler in qualche modo apparteneva? Il Wsg, che arrivò ad annoverare oltre 400 iscritti, venne dichiarato fuori legge, su disposizione del Ministero federale dell’Interno, il 30 gennaio 1980. Da quel momento Hoffmann, seguito da una dozzina di fedelissimi si trasferì in Libano. Il gruppo si chiamò Wehrsportgruppe-Ausland (WSG all’estero) e con ogni probabilità, in un primo tempo, si installò nei campi falangisti cristiano maroniti.
L’attività presunta o reale che si svolgeva in questi campi, venne alla ribalta nel settembre 1980 in merito alla strage alla stazione di Bologna.
Abu Ayad (nome di battaglia di Salah Khalaf), allora numero due dell’Olp, rilasciò il 16 settembre alcune dichiarazioni al giornale libanese in lingua araba As-Safir. Le affermazioni di Abu Ayad, che parlava di un coinvolgimento dei falangisti nella strage di Bologna poiché nei campi cristiano maroniti si addestravano terroristi di destra provenienti da molti paesi europei, vennero riprese il 17 da alcuni giornali italiani[4], mentre il 19 settembre 1980, fu Rita Porena sul Corriere del Ticino[5]  a raccogliere direttamente un’intervista al leader palestinese il quale confermava che proprio a Beirut fascisti italiani avevano parlato di «un grosso attentato nella città di Bologna»[6] . Questa intervista si può considerare il momento iniziale della «complessa strategia» di depistaggio che culminerà – il 13 gennaio del 1981 – con il rinvenimento di una valigia contenente esplosivi, armi e documenti sul treno Taranto-Milano (operazione nota come «terrore sui treni»)[7] .
Ma Abu Ayad, mentre si faceva strumento di questo depistaggio su Bologna, taceva le proprie inquietanti frequentazioni in merito alla strage di Monaco. Infatti fin dal giugno 1980 nei campi dell’Olp a Beirut Bir Hassan, fu ospitato, con l’approvazione ed il consenso di Abu Ayad medesimo, proprio Karl-Heinz Hoffmann e il suo gruppo, come si può evidenziare da un’intervista rilasciata dallo stesso leader palestinese a Der Spiegel nel luglio 1981.
Quali furono i legami tra gli uomini della polizia segreta della Ddr e alcuni gruppi neonazisti tedesco occidentali? È possibile ipotizzare una manipolazione da parte della Stasi di queste formazioni (che spesso trovavano aiuti e terreno fertile nell’allora Germania Est) che poi saranno gettate in pasto alle polizie e alla stampa occidentali? D’altra parte, l’impiego strumentale di reduci del regime nazista (soprattutto ex funzionari della Gestapo e delle SS) da parte degli apparati tedesco-orientali è ben documentato nelle memorie del generale Reinhard Gehlen, fondatore della Organizzazione Gehlen e primo presidente del Bnd (il servizio informazioni della Repubblica federale di Germania).

«Spiegel: L’Olp è accusata d’aver ospitato e protetto alcuni membri del suo [di Hoffmann] gruppo militare sportivo (“Wehrsportgruppe”). Lei lo ammette?
Abu Ijad [Abu Ayad]: Sì. […] Hoffmann ci ha raccontato di non essere affatto neofascista e che il suo gruppo, nonostante fosse un movimento nazionale per la riunificazione della Germania, era più che altro un’associazione sportiva, una specie di gruppo di scout. […] Gli parlammo di altri raggruppamenti europei, anch’essi patrioti, forze progressiste che collaboravano con noi […] [gruppi] della Norvegia, Svezia, Danimarca e così via, una specie di unione tra palestinesi e forze che simpatizzano con noi. Spiegammo a Hoffmann che potevamo collaborare allo stesso livello anche con lui se gli interessava. […]

Spiegel: I tedeschi sono ancora da queste parti?
Abu Ijad: No, sono andati via tutti – non ci interessa dove. Dopo l’attentato dinamitardo di Monaco ho detto: simpatizzanti o meno che siano, devono andarsene.

Spiegel: Ma quello è successo nove mesi fa, e a metà giugno alcuni di loro si trovavano ancora da voi. […]
Abu Ijad: Hoffmann è un tipo intelligente. Ci ha ingannati. Non sapevamo niente delle sue idee politiche. Lui è un abile tattico, che ha messo i nostri uomini sempre di fronte al fatto compiuto. […]»[8] .

Alcune domande a questo punto sorgono spontanee: Gundolf Köhler può aver agito veramente da solo? Che ruolo ha giocato nella strage il Wehrsportgruppe a cui Köhler apparteneva? E infine ci possono essere altre responsabilità o connessioni vista la “collaborazione” esistente all’epoca dei fatti tra il Wehrsportgruppe e i palestinesi?

 

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Note all’articolo

[1] Ulrich Chaussy, Die unbekannte Hand [La mano ignota], Die Zeit, n. 37, 9 settembre 2010. (torna su)

[2] Keine Wiederaufnahme der Ermittlungen [Nessuna riapertura dell’inchiesta], Focus on line, 6 ottobre 2010 (http://www.focus.de/politik/deutschland/oktoberfest-attentat-keine-wiederaufnahme-der-ermittlungen_aid_559586.html) (torna su)

[3] Jan Friedmann, Conny Neumann, Sven Röbel e Steffen Winter, 1980 Oktoberfest Bombing. Did Neo-Nazi Murderer Really Act Alone?, Der Spiegel, 14 settembre 2010. (torna su)

[4] «“Abbiamo documenti che provano il coinvolgimento falangista nell’esplosione di Bologna”. La “Falange” è il partito della destra cristiana libanese e questa clamorosa denuncia è stata fatta da Salah Khalaf, il ministro “ombra” degli Interni dell’Olp, l’organizzazione per la liberazione della Palestina», la Repubblica, 17 settembre 1980, p. 8.
«Ancora una volta si registrano dichiarazioni sui probabili legami internazionali dei terroristi che operano in Italia. La notizia questa volta viene dal Libano, ed è contenuta in una intervista all’esponente della resistenza palestinese Salah Khalaf pubblicata dal foglio di sinistra As Safir. Khalaf, “ministro ombra” degli interni dell’Olp, considerato il “numero due” di “Al Fatah”, sostiene che la “Falange”, il partito della destra cristiana libanese, sarebbe implicata nella strage di Bologna. “Abbiamo documenti che provano il coinvolgimento falangista nell’esplosione di Bologna” sono le sue testuali parole. In merito a questa vicenda non si spinge oltre, non fornisce cioè alle sue accuse il supporto di fatti precisi. Aggiunge però che i campi militari dei falangisti sono diventati un ricettacolo di terroristi di destra provenienti da ogni parte dell’Europa occidentale. Dopo un periodo di addestramento, costoro tornerebbero nel vecchio continente per essere utilizzati in «operazioni di sabotaggio e sovversione».  Altri europei, invece, sempre negli stessi campi, sarebbero stati addestrati per essere usati in azioni di guerriglia contro gli stati arabi: un evidente riferimento ai mercenari» (L’Olp: «La Falange ha addestrato i terroristi neri», Il Messaggero, 17 settembre 1980, p. 20);
«Secondo Salah Khalaf la resistenza palestinese è in possesso di documenti che provano il coinvolgimento dei falangisti (cristiani libanesi) nel massacro del 2 agosto alla stazione di Bologna», (“Al Fatah” accusa: i falangisti libanesi sono coinvolti nella strage di Bologna, Avanti!, 17 settembre 1980, p. 3). (torna su)

[5] Rita Porena, «Abu Ayad conferma: della strage di Bologna si è parlato a Beirut», Corriere del Ticino, 19 settembre 1980, 2ª edizione, pp. 1-2 (intervista ristampata come Appendice 6 in Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, Dossier strage di Bologna. La pista segreta, Bologna, Giraldi Editore 2010, pp. 208-210). (torna su)

[6] In merito si può riprendere quanto riportato in un documento del Sisde del 7 ottobre 1980 in risposta ai quesiti formulati il 18 luglio 1980 dall’allora presidente della Commissione Moro, senatore Dante Schietroma: «Collusioni della “Falange” libanese con elementi dell’estrema destra italiana: allo stato degli atti esistenti non si hanno elementi di obiettivo riscontro», come “Integrazioni all’audizione del generale Giulio Grassini, direttore del Sisde, del 1º luglio 1980” (Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia, vol. CXXVI, 1996, p. 283).  (torna su)

[7] G. Paradisi, G.P. Pelizzaro e F. de Quengo de Tonquédec, Dossier strage di Bologna. La pista segreta, cit., p. 90. (torna su)

[8] Sie sagten, Hoffmann heißt der Boß. Interview mit Palästinenser-Führer Abu Ijad über PLO-Zusammenarbeit mit deutschen Neonazis [Dissero che il boss si chiamava Hoffmann. Intervista con il leader palestinese Abu Ijad [Abu Ayad = Salah Khalaf] sulla collaborazione dell’Olp con i neonazisti tedeschi], Der Spiegel, n. 29, 13 luglio 1981. (torna su)




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