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Omicidio Moro: ex BR Casimirri, eurodeputati italiani sollecitano sua estradizione a Nicaragua

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L’ex brigatista rosso Alessio Casimirri, latitante da ormai 38 anni in Nicaragua, ha fatto parte del commando che uccise Aldo Moro e la sua scorta e deve scontare una condanna a sei ergastoli. Vive nel paese centroamericano e fa il ristoratore. Oggi gli eurodeputati italiani hanno chiesto a Managua di procedere d’urgenza all’estradizione.

Non posso che plaudire all’iniziativa, mi stupisce anzi l’unanimità dei gruppi politici che solitamente non si riscontra. Evidentemente è un tema che unifica. E’ un’ottima notizia questa”. Lo dice all’AdnKronos Carlo Parolisi, ex agente del Sisde, commentando l’azione degli eurodeputati italiani che oggi hanno votato tutti un emendamento in cui si ricorda a Managua, capitale del Nicaragua, la richiesta di procedere d’urgenza all’estradizione dell’ex brigatista rosso Alessio Casimirri. Il latitante, ha fatto parte del commando che uccise Aldo Moro e la sua scorta: deve scontare una condanna a sei ergastoli e da oramai da 38 anni vive in Nicaragua, dove lavora come ristoratore.

L’ex 007, nel 1993 aveva condotto un’operazione, insieme ad altri due colleghi, che aveva quasi portato alla cattura di Casimirri. “Poi però, a causa di un articolo pubblicato sull’Unità è saltato tutto”, ricorda amaramente Parolisi. “Inizialmente pedinammo il fratello di Casimirri, che viveva a Miami. Lui capì di essere seguito e avvertì il latitante. A quel punto, però, fu lo stesso Casimirri a contattarci e noi lo incontrammo – racconta Parolisi – Fece una serie di rivelazioni molto importanti. Venimmo a sapere che del commando di via Fani faceva parte una decima persona, Rita Algranati, all’epoca moglie di Casimirri”, prosegue Parolisi.

“Ci rivelò anche l’identità dell’affittuario di via Montenevoso (dove era sequestrato Aldo Moro), che era Germano Maccari e non Prospero Gallinari, come si pensava. A proposito di questo mi ricordo una campagna portata avanti da molti intellettuali di sinistra che non ritenevano fosse Maccari. Lui stesso poi confessò di essere l’affittuario, prese trenta anni di condanna invece dell’ergastolo, ma nessuno di quegli intellettuali si è mai scusato”, spiega ancora Parolisi.

“Come avvenne la fuga di notizie che portò poi alla pubblicazione di quell’articolo sull’Unità ancora ce lo domandiamo. Sicuramente non è uscita dalla Procura. In quell’operazione comparivamo ufficialmente soltanto io e un altro agente. In realtà però eravamo tre, e volevamo tutelare l’identità del terzo elemento. Nell’articolo però si parlava proprio di tre 007. L’unica cosa che mi viene in mente è che la fuga sia partita dall’interno”, sottolinea Parolisi.

“Casimirri ci aveva rivelato, pur senza fare nomi, che lui e Algranati erano riusciti a fuggire a Cuba grazie all’intervento di una organizzazione di cui facevano parte esponenti istituzionali dei partiti comunisti. Il Partito comunista italiano e il Partito comunista francese. Il nostro sospetto, che ribadisco essere solo una elucubrazione, è che si sia voluta bruciare l’operazione per evitare che Casimirri, una volta tornato, facesse i nomi di questi esponenti”, conclude infine Parolisi.

“Fa molto piacere la perseveranza delle forze politiche, non solo italiane ma europee, per chiedere l’estradizione di Casimirri. Concordo che ci sia necessità di verità. È quella che voglio io dopo 42 anni. Verità, non vendetta o carcere a vita. Vorrei ascoltare le parole, come è successo con Battisti, di quest’uomo, che ci possa raccontare come sono andate le cose. Quanti erano i brigatisti che hanno ucciso mio padre, perché hanno agito così e tante altre domande a cui vorrei avere risposte”, dice all’Adnkronos Giovanni Ricci, figlio di Domenico, uno degli uomini della scorta di Aldo Moro.

“So per certo – prosegue Ricci – da fonti ufficiose che la sua cattura per riportarlo in Italia sia stata programmata per diverse volte e che non sia mai stata portata a termine perché non siamo riusciti a trovare un accordo con il Nicaragua per l’estradizione. Speriamo sia arrivato il momento. Ma davvero, ripeto, non mi interessa che vada in carcere a vita, a me interessa la verità. Per ridare dignità e onore ai nostri cari. Credo che dopo tutto questo tempo sia giunto il momento. So bene che ci sono altre priorità per il nostro governo ora in questo momento, ma non è lo stesso per tutti i familiari delle vittime”.

“Dobbiamo e vogliamo sapere come sono andati i fatti, dovrebbe essere una necessità del Paese quella di fare i conti con la storia, altrimenti le nuove generazioni non sapranno nulla di ciò che è successo in Italia”, conclude Giovanni Ricci.

(Articolo di AdnKronos)




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