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35 anni moriva Walter Tobagi, ucciso a Milano da un commando terrorista

Walter_Tobagi-wikipediaTrentacinque anni fa, il 28 maggio del 1980, un commando terrorista uccise a Milano il giornalista e scrittore Walter Tobagi. Aveva 33 anni. Un gruppo di giovani, buona parte dei quali appartenenti a famiglie della Milano ‘bene’, gli sparò in via Salaino, poco lontano da casa, mentre a piedi raggiungeva l’auto per andare al ‘Corriere della Sera’, dove lavorava dal 1972. L’omicidio fu rivendicato dalla ‘Brigata 28 marzo’, nuova sigla del terrorismo di estrema sinistra.

All’agguato parteciparono sei persone: Marco Barbone, Paolo Morandini, Mario Marano, Francesco Giordano, Daniele Laus e Manfredi De Stefano. In seguito si seppe che a sparare il colpo mortale era stato il leader del gruppo, Marco Barbone. Con Tobagi, scrisse Leo Valiani “si voleva colpire un difensore, coraggioso, tenace e nobile, della democrazia, un militante del movimento socialista, democratico dei lavoratori italiani, un militante che, per di più, si occupava seriamente dei problemi in questione, senza illudersi di poterli sublimare con la retorica”.

Era nato il 18 marzo 1947 a San Brizio, una frazione del comune di Spoleto, in Umbria. Quando aveva otto anni la famiglia si trasferì a Bresso, vicino a Milano, poiché il padre Ulderico era ferroviere. La sua carriera di giornalista cominciò al ginnasio, come redattore del giornale del Liceo Parini di Milano ‘La zanzara’. Entrò giovanissimo all”Avanti!’, dove lavorò solo pochi mesi per poi passare al quotidiano cattolico ‘Avvenire’. Si occupava di argomenti diversi, ma andava sempre più definendosi il suo interesse per i temi sociali, per l’informazione, per la politica e il movimento sindacale, cui dedicava molta attenzione anche nel suo lavoro ‘parallelo’, quello universitario e di ricercatore. La sua prima inchiesta pubblicata su ‘Avvenire’ era dedicata al movimento studentesco milanese.

Nel 1972 il passaggio al ‘Corriere della Sera': lì Tobagi espresse le sue potenzialità di inviato sul fronte del terrorismo e di cronista politico e sindacale, e seguì le vicende degli anni di piombo. Negli ultimi articoli intensificò le analisi sulle realtà urbane a Milano, a Genova, a Torino, analizzò il fenomeno del pentitismo, fino a uno dei suoi ultimi scritti sul terrorismo, uno dei più significativi sin dal titolo: ‘Non sono samurai invincibili’. Sfatò tanti luoghi comuni sulle Br e gli altri gruppi armati, denunciando, ancora una volta, i pericoli di un radicamento del fenomeno terroristico nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro. Nel 1978 divenne presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti, l’organismo sindacale della categoria, e consigliere della Federazione nazionale della stampa.

Tobagi sapeva, per via delle continue minacce ricevute, che, prima o poi, sarebbe caduto nel mirino dei terroristi. In una lettera del Natale 1978 scriveva a sua moglie Stella: “…al lavoro affannoso di questi mesi va data una ragione, che io avverto molto forte: è la ragione di una persona che si sente intellettualmente onesta, libera e indipendente e cerca di capire perché si è arrivati a questo punto di lacerazione sociale, di disprezzo dei valori umani per contribuire a quella ricerca ideologica che mi pare preliminare per qualsiasi mutamento, miglioramento nei comportamenti collettivi”.

 




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