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2 agosto 1980. Intervista all’avvocato Gabriele Bordoni: ecco la “verità” di Carlos

«Thomas Kram era stato a Roma a fine luglio 1980, poi era tornato precipitosamente verso nord ed il 2 agosto si trovò a Bologna, sul teatro della tragedia. Una telefonata gli salvò la vita». 

carlos_ergastoloQuesta in sintesi la “verità” di Carlos, per alcuni dettagli inedita, che abbiamo appreso dall’avvocato bolognese Gabriele Bordoni, il quale lo scorso anno è stato nominato da Ilich Ramirez Sanchez, noto come Carlos, suo difensore – insieme all’avvocato storico del terrorista venezuelano, il milanese avvocato Sandro Clementi.

Bordoni nel giugno 2012 si è recato nel carcere parigino di Poissy intrattenendosi per oltre 6 ore con Carlos. Al ritorno ha portato il verbale di quell’incontro alla Procura bolognese che dal novembre 2005 sta indagando sulla cosiddetta “pista palestinese”.

Il gruppo Carlos nel 1980 compiva azioni per conto del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) di George Habbash e il giorno della strage alla stazione, per l’appunto, un suo uomo, il tedesco Thomas Kram, si trovava a Bologna. Secondo l’ipotesi alla base della cosiddetta “pista palestinese”, la strage del 2 agosto 1980 fu un atto ritorsivo dell’Fplp per via del sequestro di due missili ad Ortona avvenuto la notte tra il 7 e l’8 novembre 1979 ed il conseguente arresto del responsabile per l’Italia del Fronte e garante del “lodo Moro” Abu Anzeh Saleh.

Il sostituto procuratore di Bologna dott. Enrico Cieri, ricevuto il verbale con le dichiarazioni di Carlos, il quale insistentemente chiedeva e chiede, invano, di essere risentito dai magistrati italiani nel nostro Paese, comunicò all’avvocato Bordoni  che sostanzialmente non riscontrava novità di sorta ed anche i passaggi inediti erano in realtà già stati smentiti da altri elementi.

Questa che segue è una sintesi del colloquio che abbiamo avuto il 29 agosto 2013 con l’avvocato Bordoni.

Avvocato, per quale ragione i magistrati non intendono riascoltare Carlos?

«La posizione dei magistrati nella sostanza è questa: “Noi Carlos l’abbiamo già sentito [nel 2009]. Quello che aveva da dire se voleva dirlo l’ha detto, altro evidentemente non aveva da riferire. Noi non abbiamo più nessun interesse ad approfondire”. Io sono rimasto un po’ amareggiato da questo tipo di contegno perché credo che in una vicenda come questa tutto debba essere esplorato. Anche perché Carlos ha fatto notare che quando fu sentito si trovava sotto l’egida di Bruguière [Jean-Louis Bruguière è il magistrato francese che l’ha condannato all’ergastolo per l’omicidio nel 1975 di Michel Moukarbal e di due funzionari di polizia a Parigi], personaggio col quale egli non aveva certo un feeling eccezionale, pertanto non si trovava nella condizione di essere franco e libero su tutto. Carlos oggi vorrebbe poter continuare quel discorso in un luogo tutelato, adesso che non c’è più Bruguière che lo ostacola, e ritiene che non ci siano difficoltà nemmeno a venire in Italia. Se non c’è più una commissione d’inchiesta apposita è disposto a parlare davanti ad un giudice».

Lei e l’avvocato Clementi avete pensato a qualche iniziativa per convincere i magistrati di Bologna a riascoltare Carlos? Per esempio fargli scrivere un memoriale? Carlos ha dichiarato in una intervista che l’allora sua moglie Magdalena Kopp redasse per conto dell’organizzazione una relazione sulla strage di Bologna. Quel documento, se recuperato, potrebbe essere utile…

«Quella del memoriale è un’iniziativa che io formulai ma Carlos non ne ha voluto sapere. È chiaro che mentre gli appunti che io presi di persona non mi vennero controllati all’uscita del carcere francese, un memoriale ovviamente sarebbe passato al setaccio dalla censura interna della struttura di massima sicurezza in cui Carlos è recluso. In sostanza egli rifiuta un interposto tra lui e la magistratura italiana. Vuole parlare senza il filtro della magistratura e dell’autorità francese. Per quanto riguarda la “relazione” della Kopp ne chiesi conto a Carlos il quale però mi disse di non saperne nulla di preciso né dove fosse finita e come ritrovarla».

Il procuratore capo della Procura di Bologna Roberto Alfonso ha tenuto il 26 luglio 2013 una conferenza stampa durante la quale, tra l’altro, ha dichiarato: «Bisogna distinguere le indagini dalla ricostruzione politica, storica e sociale, bisogna distinguere gli elementi d’indagine dalle suggestioni (Adnkronos). La pista palestinese non era una suggestione per questo l’abbiamo approfondita (Agi). Probabilmente questo filone di Bologna, andava già da subito approfondito e si sarebbero dovuti mettere dei punti fermi. Cosa che non fu fatta. Magari non avrebbe portato a nulla, ma avrebbe dovuto essere approfondito. Invece venne gestito in maniera tale da non poter consentire un approfondimento (Dire)». Come valuta queste parole?

«Questa espressione del procuratore, che faccio mia, l’ho immediatamente colta al volo come quella più importante, più significativa e anche la più coraggiosa, essendo in un certo qual modo una presa di posizione che censura l’atteggiamento di chi l’ha preceduto in quell’ufficio tanti anni prima. In maniera elegante, in maniera garbata come può un galantuomo qual è il procuratore della Repubblica Alfonso, però certamente la sua è una dichiarazione ferma, che nella sostanza dice: “Avete sbagliato nell’impostazione di una indagine per un fatto di questa gravità”. Faccio notare che, al di là di aver ricevuto un mandato da parte di Carlos per poter aver accesso alla sua persona, io sono nel procedimento di Bologna il difensore dei congiunti ed eredi di Paolo Signorelli, quindi la mia posizione in quel processo è sempre stata di forte, fortissima critica a quelle che furono le indagini principali. Detto ciò però aggiungo: “Non vorrei che partendo bene, criticando quello che è stato un atteggiamento probabilmente incompleto, forse parzialmente condizionato da quelle che erano le suggestioni al tempo abbastanza prepotenti, quell’errore di allora venisse ripercorso oggi”».

Cosa intende dire esattamente?

«Insomma, è vero che all’inizio ci furono una sorta di valutazioni alternative alla pista del neofascismo italiano, più che altro, diciamo così, erano di corredo estetico ma di nessun interesse reale. Se poi andiamo a vedere tutte queste alternative esse si riconducevano ad una ipotesi che portava sempre al neofascismo, se non italiano, internazionale. Quindi la marcatura fascista l’epoca la consegnò come dettato principale. In altre parole il tema era: “La strage è fascista ora trovate gli autori”. Chi nega questo vuol dire che in quegli anni era molto distratto. Questo è stato un errore e il fatto stesso che oggi [da 8 anni] si stia onestamente investigando su piste alternative fa capire che gli stessi magistrati italiani onesti sono lì per andare a vedere se quella sentenza tiene o se c’è qualcosa che la mette in dubbio. Altrimenti il discorso sarebbe già chiuso. La pista palestinese non è una pista di arricchimento di quella sentenza e non c’entra nulla con le condanne di Mambro, Fioravanti e Ciavardini.

Detto ciò io temo che si faccia, in misura minore, lo stesso errore e si dica: “Il quadro politico, sociale, degli eventi rende la pista palestinese più che una suggestione” ma io aggiungo: e le altre? Io vorrei che chi fa queste affermazioni mi dicesse con parole semplici e compatibili col ruolo istituzionale che ricopre e che io rispetto massimamente, perché ad esempio la pista alternativa che pone Carlos sia una pista che dobbiamo buttare a mare immediatamente e considerare come l’ultima di quelle praticabili».

Ecco, veniamo a Carlos, che da quel 1° marzo 2000, da quando cioè in un’intervista al Messaggero fece sorprendentemente sapere che un “compagno” si trovava sul piazzale della stazione al momento dello scoppio della bomba, è tornato più volte sulla vicenda e, ribadendo l’innocenza dei Nar, ha imputato la strage alla Cia e al Mossad che con quell’azione avrebbero da un lato punito l’Italia per l’accordo segreto che intratteneva coi palestinesi (il “lodo Moro”) e dall’altro avrebbero fatto ricadere sui palestinesi stessi la colpa dell’eccidio, qualora il “compagno”, Thomas Kram, fosse morto nell’esplosione. Questo ragionamento di Carlos, tra l’altro, implicitamente dimostra che Kram, malgrado le smentite di quest’ultimo e di Carlos medesimo, era a tutti gli effetti un membro del gruppo…

«Certo, Carlos lascia intendere la propria vicinanza con Kram. Ma vede questa è una delle cose sulle quali io ritenevo che dovesse intervenire un magistrato per andare a fondo su questo tema e chiarire certe dissonanze. Nel verbale che Carlos mi rese, Kram viene indicato come il nipote di una eroina comunista, in contatto con ambienti comunisti tedeschi e con alcuni del suo gruppo, la cui morte alla stazione di Bologna il 2 agosto poteva essere strumentalizzata ad arte dai servizi occidentali».

Comunque esistono centinaia di documenti della Stasi e dei servizi ungheresi che collocano Kram nel gruppo Carlos. Al di là di tutto sorge una domanda: se non sono stati i palestinesi e il suo gruppo, come giustifica Carlos la presenza di Kram quel sabato 2 agosto a Bologna, addirittura nei pressi della stazione al momento della strage?

«Carlos in quelle 6-7 ore che siamo stati insieme, in uno stanzino angusto con solo dei fogli bianchi e una penna per prendere appunti, è stato un fiume in piena. Nello specifico mi ha raccontato una serie di cose, alcune delle quali ha consentito che io verbalizzassi e lui ha firmato, altre me le ha raccontate perché io le sapessi ma non le ha volute mettere per iscritto. Anche tra le cose verbalizzate, dunque depositate in Procura, vi è una serie di particolari per me estremamente interessanti, che, non me ne voglia, non glieli rappresento in questa sede unicamente perché ancora coperti da segreto istruttorio. Ad ogni modo Carlos mi fece presente la ragione per la quale Kram era lì, a quell’ora e in quel luogo: le 10.25 sul teatro dell’accadimento. Quella mattina era successo qualcosa e Kram dovendolo comunicare immediatamente era andato a telefonare e si era trovato così ad una certa distanza dalla sala d’aspetto della stazione al momento dello scoppio, che lui comunque visse in diretta. La telefonata immediata, che di fatto gli aveva salvato la vita, fu quella di un uomo semi-terrorizzato. Secondo il procuratore però i tempi nel racconto fatto da Carlos non tornano rispetto ad altre analisi e verifiche. Comunque tornando alla redazione di quella relazione, Carlos mi parlò anche di una sorta di rete di contatti che intervenne per capire che cosa era successo quella mattina. Per quanto riguarda le ragioni della stesura di questo eventuale “rapporto” e dell’attenzionamento del gruppo che stava dietro a Carlos su quanto accaduto a Bologna, mi sembra sia intuitivo capirne la ragione. Volevano sapere chi altri era stato capace di dar corso ad un attentato di quella violenza che superava di molto quelli che il gruppo era stato in grado di compiere fino ad allora. La “curiosità” era poi salita nel momento in cui un uomo come Kram si era trovato proprio lì. C’erano state una serie di circostanze che avevano fatto sì che Kram si trovasse a Bologna quella mattina. Chi è che cosa aveva operato affinché ciò accadesse? Perché volevano che Kram rimanesse coinvolto nella strage? C’era qualche disegno al riguardo, come Carlos sostiene apertamente?».

Quindi Kram si trova suo malgrado coinvolto nella tragedia della stazione perché qualcuno fa sì che egli vi si trovi in un determinato momento?

«Carlos mi ha raccontato quello che è accaduto quella mattina del 2 agosto, ma soprattutto quello che era successo nei giorni precedenti. Perché è questo ad essere molto interessante. La cosa più interessante che Carlos mi ha detto. Io non so se quello che lui mi ha raccontato trova delle smentite negli atti perché io gli atti non li conosco. La Procura mi dice che nel racconto di Carlos ci sono delle incongruenze, io vorrei sapere quali sono… Mi sembra curioso che una persona attrezzata, intelligente come Carlos dia corso ad affermazioni assolutamente inconciliabili con quelle che sono le altre risultanze d’indagine; e comunque sul punto qualche riscontro esterno e qualche approfondimento credo proprio che sarebbe possibile e doveroso, proprio per non lasciare – almeno stavolta – nulla di inesplorato ed incompiuto».

Sui tempi, in effetti, se si analizza quanto Carlos ha detto qua e là nelle interviste fino ad oggi rilasciate, qualche incongruenza sembra esserci. Carlos infatti parla di una presenza di Kram a Roma il 1° agosto 1980, il che è incompatibile con i dati documentali certi. Egli infatti arrivò a Chiasso alle 10.30 del 1° agosto, il fermo e la perquisizione durarono circa un’ora e mezza, fu fatto risalire su un treno che giungeva a Milano intorno alle 14. Infine c’è la registrazione all’hotel Centrale di Bologna quella stessa sera. All’epoca era impossibile che in quelle poche ore egli fosse riuscito a raggiungere Roma per poi ritornare nel capoluogo emiliano…

«No, non è quel giorno lì. Il soggiorno romano di Kram, di circa due, tre giorni è precedente il 1° agosto e compatibile con una risalita in Germania e una ridiscesa in Italia. Evidentemente sarebbe interessante chiedergli: “Ma se tu eri lì e c’era già stato quel tipo di situazione che ti aveva creato lo stimolo ad andartene, perché sei tornato?”. Ma questo va fatto carte alla mano, chiedendo a Carlos ed a Kram, di chiarire le eventuali incongruenze. Può essere benissimo che fosse successo qualcosa durante la prima permanenza in Italia per cui Kram avesse cambiato idea e programmi ma, una volta tornato indietro, qualcuno l’abbia rimandato in Italia per portare a termine ciò che doveva fare».

Le ragioni del viaggio di Kram, Carlos gliele fece verbalizzare? In altre parole sono agli atti della Procura?

«Carlos assume soltanto che Kram fosse alla fine diretto a Perugia, avendo in animo di trascorrere un anno sabatico; questa sua determinazione l’avrebbe comunicata a tutti ed era quindi ben nota».

Gabriele Paradisi




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